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“Phubbing: tu ne soffri?” (di Alessandra Leone)

Durante il tempo ritrovato, per citare un famoso titolo di un'opera di Proust, di questa quarantena, sbirciando qua e là tra articoli e notizie reperibili in rete, è saltata fuori una parola che ha catturato la mia attenzione: Phubbing. Il Phubbing è quel fenomeno per il quale una persona viene completamente ignorata dal proprio interlocutore, perchè troppo assorto dall'interazione con il proprio smartphone.La parola nasce dall'unione dei termini “Phone” e “Snubbing” (telefono e snobbare) grazie all'iniziativa di un'agenzia pubblicitaria, la McCann, che voleva trovare un nome a questo atteggiamento problematico (Phatak, 2013). Il fenomeno, studiato da qualche anno, sembra riguardare diverse fasce di popolazione, rappresentando uno scenario sempre piu' presente e potenzialmente foriero di malessere. Tralasciando fonti accademiche o piu' ufficiali, è sufficiente basarsi sulla mera osservazione, auto ed etero diretta, per accorgersi che una moltitudine di individui passa buona parte del tempo sociale, assorta nella relazione con il proprio smartphone. Particolarmente interessante sembra l'analisi delle cause alla base di tale fenomeno, ma anche e ancor di piu', le strategie di fronteggiamento che le “vittime” dell'essere ignorati mettono in atto.Come ci raccontano Douglas e collaboratori, una delle cause legate alla necessità dell'iperconnessione è la FOMO (Fear of missing out), ossia la paura di essere tagliati fuori da eventi, notizie, momenti significativi e pregnanti che altre persone stanno vivendo.La preoccupazione alla base di tale atteggiamento è proprio quella di perdersi qualcosa di significativo, ma, anche, di vivere una vita meno interessante e avvincente rispetto a quella degli altri. In essa si possono mescolare sentimenti di depressione, bisogno di controllo, bassa autostima e ansia generalizzata. Da qui il bisogno di iperconnessione. Di conseguenza ci si potrebbe chiedere come reagiscono gli “esclusi”. L'idea di essere messo da parte perchè meno interessante rispetto ai contenuti dello smartphone, non lascia certo vissuti positivi che vengono a loro volta gestiti cercando conferma nei “Like” sui social. Circolo vizioso che sembra condannare ad una spirale di insoddisfazione e di tentativi di risoluzione che ingenerano frustrazioni, senso di solitudine, rabbia, autosvalutazioni, ricerca di conferma e ritiro sociale.La bibliografia, tra cui anche una tesi di dottorato, risale a qualche anno fa. Tra il materiale trovato, rigorosamente in rete, esiste anche una ricerca fatta tra gli studenti universitari dell'India. Sarebbe interessante capire come questa situazione stia impattando la nostra quotidianità, soprattutto nell'era della separazione forzata, dei social che fanno da collante relazionale e della necessità di sentirsi vicini, pur essendo lontani fisicamente. In una parola nell'era del Covid-19. Come ci destreggiamo, quindi, tra l'utilizzo di uno strumento totalizzante e, all'apparenza, capace di rispondere ad ogni nostro bisogno e la necessità di conferme concrete provenienti da chi ci circonda? Come risuoniamo emotivamente stando vicini a chi è lontano e lontani da chi è vicino fisicamente? In sintesi mi chiedo: “Tu che stai leggendo, sei una vittima o un carnefice del Phubbing?” (si può utilizzare la pagina Facebook di Onlife per rispondere al quesito).


Bibliografia


Pathak s.; “McCann Melbourne made up a word to sell a print dictionary”; 2013;(link: http://adage.com/article/news/mccann-melbourne-made-a-word-sell-a-dictionary/244595/)


Douglas K.M et al.; “How Phubbing becomes the norm: the antecedent and conseguences of snubbing via smartphone; Computer in Human Behavior, Volume 63; ottobre 2016 (link: https://doi.org/10.1016/j.chb.2016.05.018)


Mottola A. “Cyberpsicologia: Dagli stili di vita alle emergenze sociali. Risignificazioni tecnomediate”; tesi di dottorato, Università degli studi di Napoli; (link: https://core.ac.uk/download/pdf/78395716.pdf)




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