La tecnologia ci ha salvati dalla quarantena. Ma dopo? (di Giuseppe Virgilio)

Cinquanta e più giorni di zona rossa, o lockdown, senza tecnologia sarebbero stati insostenibili. È questa una constatazione che non può essere negata, dal momento che ognuno è consapevole di quanto un computer, uno smartphone o un videogioco siano stati una piccola ancora in questo mare tempestoso.


Se è vero che i social non sono necessariamente socializzanti, ma possono trasformarsi in strumenti autoreferenziali, è altrettanto vero che in queste settimane sono stati una finestra sul mondo. In molti hanno ricevuto aggiornamenti proprio attraverso un social network, sia per quanto riguardava la situazione politica e sociale del nostro Paese, sia per quanto riguardasse altre persone.


Leggo su vari siti che sono tante le persone che hanno mantenuto i contatti con gli amici grazie agli aperitivi via Skype (o Teams, o Zoom, o qualunque altra applicazione di questo tipo), ed è un dato che possiamo acquisire anche interrogando la nostra esperienza: quanti di noi si sono sentiti sollevati anche solo dal vedere attraverso uno schermo, in tempo reale, un proprio caro per sapere se stava bene?


Oppure, dall’altro lato della frontiera, quanti malati, in ospedale, hanno avuto come principale conforto il poter videochiamare un proprio familiare, in una condizione alienante, proibente non solo il contatto, ma anche la vicinanza altrui?

Non bisogna dimenticarsi, inoltre, di tutte quelle persone che solo grazie al lavoro per via telematica, altrimenti detto smart working, sono riuscite a portare uno stipendio a casa.

Al di là del fattore economico, infatti, il lavoro ha anche un importante risvolto negli aspetti psichici del singolo, sia sul versante sociale che su quello dello sviluppo e della crescita della persona: chi ha lavorato attraverso lo smart working ha potuto mantenere nobilitata una dimensione importantissima del proprio stile di vita, che nei casi di altre persone è rimasta tragicamente immobile.


Proprio l’immobilismo è stata una costante di questo periodo di quarantena obbligata: dal fare compere per il solo gusto consumistico siamo passati ad acquistare l’essenziale e fare “spedizioni di recupero” nei supermercati, in modo da rimetterci piede il più tardi possibile. Non siamo più andati al bar per fare colazione prima di andare al lavoro, o per bere qualcosa in compagnia degli amici subito dopo aver finito il turno; non ci siamo più spostati percorrendo lunghi chilometri per arrivare al lavoro, e nemmeno abbiamo camminato frettolosamente dal parcheggio all’ufficio. Semplicemente, siamo rimasti fermi, a casa, e con noi tutto il mondo che prima credevamo ci girasse intorno, mentre eravamo soltanto noi a girare frettolosamente intorno a un sistema.


In questo periodo in cui il mondo è in stasi abbiamo lottato - e stiamo lottando - dentro di noi, affinché l’immobilismo che affrontiamo non si rifletta nella nostra psiche. In un periodo storico in cui la velocità domina il tempo, fermarsi sembra un’eresia, eppure proprio il riuscire a trasformare la stasi in sosta, per molti di noi, è stata una condizione per riscoprire, attraverso la solitudine, la riflessione e il pensiero, delle dinamiche interne che quella società stressante e senza pause aveva sepolto.


Ciò che stabilirà se questo lockdown è stato utile è la misura in cui saremo riusciti a recuperare quelle dimensioni di noi stessi che avevamo trascurato, oltre che dall’aver riscoperto o meno l’interdipendenza, ovvero il fatto che siamo e saremo sempre dipendenti dall’esistenza di qualcun altro e dalle sue azioni.


L’interrogativo con cui vorremmo confrontarci è il seguente: quanto la tecnologia può contribuire a tutto ciò? In ultima analisi, penso che la questione si riduca, come sempre, a chiedersi come coniugare i dispositivi tecnologici con le nostre dimensioni umane, psichiche. La risposta che credo di aver trovato è che i nostri strumenti di ultima generazione tali devono restare: degli strumenti al servizio di qualcosa di più grande.


Obiettivo non sempre facile da raggiungere perché, come in molti avranno notato, è molto più facile “essere usati” dalla tecnologia che abbiamo a disposizione, piuttosto che utilizzarla propriamente – deriva tecnologica, quest’ultima, alimentata anche dai tanti automatismi a cui il tempo incessantemente frenetico della società ci ha intrappolati.


Se questo resta e resterà a lungo il dilemma con cui avremo a che fare per usare smartphone, social network e quant’altro in modo degno, pure è vero che questo lock down potrebbe rimanerci impresso come esperienza della nostalgia della relazione reale a fronte della connessione online, dell’abbraccio vero e proprio piuttosto che della reaction con il cuore, dei nostri social network usati per alimentare la brace ardente alla base dei nostri legami, piuttosto che come specchio narcisistico, o sistematica perdita di tempo compulsiva. La tecnologia ci ha salvati dalla quarantena, ma se non stiamo attenti potremmo tornare a utilizzarla per perdere tempo piuttosto che per tenere vicini i propri cari.


Se manterremo alimentata la nostalgia di quanto la zona rossa ci ha sottratto, allora non sarà passata invano, e forse troveremo dentro di noi il desiderio di ricorrere alla tecnologia per annaffiare la pianta delle relazioni umane, piuttosto che lasciare che la tecnologia stessa ci sottragga ancora del tempo.


di Giuseppe Virgilio


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