Distanti, ma vicini: quando il ritiro sociale diventa obbligatorio (di Glenda Orlandi)

Da quando è iniziata la quarantena, una domanda da assistente sociale mi frulla costantemente nella testa: aumenteranno i casi di ritiro sociale volontario dopo l’isolamento forzato?

In questi giorni vedo circolare sui social articoli che riportano commenti del tipo: “riprendere sarà durissima”, oppure: “ma anche voi dopo 40 giorni vi state abituando alla reclusione in un modo stranamente sereno?”, in cui si sostiene che molte persone non solo si stanno abituando a questa vita, ma se la stanno vestendo addosso, e pure bene.

Dall’altro lato ho avuto modo di leggere la testimonianza di una ragazza sulla pagina FB di Hikikomori Italia, la prima Associazione nel nostro Paese ad aver problematizzato il fenomeno del ritiro sociale volontario: “(…)vivere così è sempre stato il mio sogno proibito. Sì, ho sempre desiderato che venisse legittimato il fatto di rimanere a casa e che pertanto ciò non venisse colpevolizzato. (…)Non vedo più storie su Instagram di gente che esce, fa festa e si diverte mentre io sono rinchiusa nella mia stanza socializzando solo tramite social network. Vivono tutti come vivo io. Questo mi conforta molto.”

Personalmente, questa quarantena me la sono proprio goduta. Mi sono dedicata alla lettura, ho avuto più tempo per me e per la mia famiglia. Ho ripreso a lavorare in ufficio solo per qualche giorno a settimana: è stato bellissimo rivedere i miei colleghi, ma anche faticoso. Posso solo immaginare come si sono sentite ieri le persone che hanno ripreso di botto i ritmi di prima dopo due mesi di isolamento. C’è un abisso, ovviamente, tra chi sceglie e tra chi è costretto a stare a casa. Ma io credo che l’esperienza della quarantena obbligatoria ci possa far vedere il fenomeno del ritiro sociale sotto una nuova luce: meno stigmatizzante, innanzitutto. Mi sembra di capire meglio gli hikikomori, non solo in termini cognitivi, ma soprattutto emotivi. E poi, a livello terapeutico, la quarantena ci ha dimostrato che è possibile lavorare da casa. Credo che lo smart working, o meglio, l’home working, potrebbe essere un ottimo strumento per agganciare alcuni ritirati sociali, ovviamente valutando la gravità del disagio della persona. L’esperienza giapponese, inoltre, ci insegna che uno dei primi esperimenti di reinserimento socio-lavorativo rivolto agli hikikomori consisteva in un corso per diventare assistente sociale, e che i primi interventi sono stati ideati da assistenti sociali. Non è un caso, sia per la natura del lavoro di assistente sociale, che per la condizione fondamentale di ogni professione d’aiuto: saper accogliere il disagio, a partire dal riconoscimento della propria vulnerabilità.

E il Covid ci ha reso tutti più vulnerabili. Sta a noi decidere se anche più vicini.


63 visualizzazioni

Post recenti

Mostra tutti

©2020 ONLIFE BLOG.
Tutti i diritti riservati.